Passo dopo passo

Passo dopo passo
Sai cos’è bello, qui? Guarda: noi camminiamo, lasciamo tutte quelle orme sulla sabbia, e loro restano lì, precise, ordinate. Ma domani, ti alzerai, guarderai questa grande spiaggia e non ci sarà più nulla, un’orma, un segno qualsiasi, niente. Il mare cancella, di notte. La marea nasconde. È come se non fosse mai passato nessuno. È come se noi non fossimo mai esistiti. Se c’è un luogo, al mondo, in cui puoi pensare di essere nulla, quel luogo è qui. Non è più terra, non è ancora mare. Non è vita falsa, non è vita vera. (da “Oceano Mare” di A. Baricco)
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giovedì 12 marzo 2009

Sei bellissima

Lui ascolta... le sorride... Con la mano si tocca la gamba, sperando di distrarsi dal chiacchiericcio del cuore, da quel suo sussultare affamato. Poi racchiude le caviglie intorno alle braccia e inizia a raccontarle un segreto attraverso il suo sguardo silenzioso.
Lei intanto continua a dirgli dell'esame, dell'auto nuova, anche se domani chiamano brutto, che in fondo blu era più bella.. e del ponte, non si vede da sotto la finestra rotta, del cane... è vecchio ormai...

Lui è immerso in un'altra storia, una di quelle che non nasce per essere scritta, ma solo per essere sussurrata, dalla luce degli occhi... e basta guardare dentro ai suoi, per capire che c'è qualcosa di speciale dietro alle palpebre...
Non riesco a seguire bene quello che lui le sta dicendo... mi sembra solo di poter sentire, tra il rumore delle chicchiere di lei, tra lo scalpiccio di chi scivola intorno, ignaro, e tra il grattar forte delle mani sulla sua gamba... beh, mi sembra solo di sentire...

"Sei bellissima"


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foto: Elisa e Dario

giovedì 5 marzo 2009

Un treno d'immaginazione

Occhietti vispi che nascondono una sottile timidezza. Ogni tanto mi guarda ed accenna un sorriso, poi si volta e sbircia con lo sguardo le mie scarpe, l’ombrello bagnato che gocciola sul pavimento…
sfugge lo sguardo ma è curioso, curioso di sapere cosa sto leggendo, che caramella sto mangiando. Io gli sorrido e mi stringo un po’ di più sul sedile, per lasciar posto a lui e al suo zainetto, ben schiacciato sulla schiena.

La giacca chiusa fino al mento, il berretto di lana a coprire le orecchie e la sciarpa tutta appallottolata sulla gola. Rimane immobile, solo gli occhi volteggiano, schivano, sorvolano sulle cose e sulla gente… poi d’un tratto vengono catturati dall’acqua, su cui magicamente stiamo scivolando.
Ora ha una luce sfavillante che sfugge dalle palpebre e illumina il suo sguardo mentre fantastica su quel mare di onde bagnate dalla pioggia. Con la mano accenna il movimento di una barca… impercettibile… la vede in lontananza ed immagina di esserci seduto sopra… schiaffi di aria e pioggia sulle sue gambe, abbassa il berretto fino agli occhi per ripararsi dagli schizzi, raggomitola le gambe per non inumidirsi i piedi…

Andrea, siamo arrivati…

Improvvisamente richiude le mani e nei suoi occhi torna l’espressione dolce della quotidiana timidezza. Un’occhiata alle mie scarpe, ormai asciutte… un’occhiata alle sue, ancora umide.
Il treno rallenta… si stringe forte lo zainetto alla schiena, segue la barca sparire dietro l’angolo… accenna un sorriso, un guizzo veloce verso di me e poi ritorna a guardarsi in giro… sorride, solo con gli occhi.

Sarà per la prossima volta… porterò anche la k-way!

domenica 4 gennaio 2009

Come gli occhi dei tuareg


Le dita scivolano sul marmo freddo della cucina, disegnano onde, seguono le curve, come se portassero briciole di colore. Quelle mani sentono quello che io potrei solo vedere, penetrano dove io potrei solo immaginare.
E' vecchio: il viso è disegnato da rughe profonde.. seguendo il filo delle curve, si potrebbe camminare tra i suoi ricordi, scendere giù fino al sole più caldo della terra da cui proviene e risalire su, fino a sentire l'aria dei pascoli. La bocca è scura, una linea sottile; una fessura nasconde denti bianchi, perfetti.
Indossa ciabatte nere di pelle striata dal tempo e una camicia scura, aperta un po', prima di richiudersi sotto alla morsa del maglione di lana grossa, grezza.
Io sono seduta in un angolo e lo osservo. Gli occhi scrutano ogni movimento.. prima le mani.. poi il viso.. mi incanto a vedere le espressioni del volto mentre sfiora il tavolo con delicatezza..
Sorride e mi racconta di quando sedeva ad intrecciare vimini.
Poche parole riescono ad entrarmi dentro, davvero.. le altre si avvicinano e poi sfumano, a pochi centimentri dalle orecchie.Una volta guardava le stringhe delle botti, le scie del carretto sulla mulattiera dopo le giornate di pioggia, i rivoli d'acqua lungo il marciapiedi.. seguo quelle scie.. chiudo gli occhi, anch'io. Cammino fino a bagnarmi i piedi, fino a sentire l'odore acre, del mosto.
Provo una sensazione di velata malinconia.. forse perché non può vedere i solchi sulla neve, oggi.. o forse perché lui vede quel che io non riesco a vedere.. o forse perché mi dispiace.. semplicemente mi dispiace.. chissà perché..
Mi tornano alla mente gli occhi dei tuareg.. nel deserto lo sguardo non incontra ostacoli, è sempre rivolto "oltre", e a lungo andare prende la forma di ciò che sta guardando, diventa profondo, quasi fosse abituato alla lungimiranza.
Chiudo gli occhi e cerco anch'io la profondità, ma io non sono nel deserto, non vedo oltre le case..
Chissà, forse anche lui, prima di diventare cieco, vedeva solo l'orizzonte, vedeva scie nel cielo e nuvole passare.
Io vedo marmo, vedo balconi socchiusi e orme ghiacciate.. mi chiedo cosa potrà vedere lui, più di me.. più iin là di me, nel suo deserto di sabbia e vento.
Vorrei chiederglielo. Vorrei chiedergli cosa vede più di una volta.. prima che quella strana malattia si stendesse comoda sugli occhi, giorno dopo giorno.. una coperta che poco alla volta gli ha nascosto quanto di più bello ci circonda.. i colori! e le forme. e le espresioni delle forme.
Vorrei chiedergli di che colore sono le orme ghiacciate, lui che le vede con gli occhi dei piedi.. di che colore sono, adesso, le stringhe delle botti.. quante sfumature, in fondo, riesce ad immaginare.. quante sfumature, in fondo, mi accontento di vedere io.. quante sfumature, in fondo, non riesco a percepire io.
Sono leggermente miope.. e astigmatica.. se guardo lontano vedo confuso, in una tempesta di sabbia. Dovrei immaginare il deserto e abituare gli occhi a guardare più in là, oltre la linea dell'orizzonte, oltre le case e le antenne..e non voglio occhiali per mettere a fuoco, basta guardare più in là.. sempre un po' più in là.

martedì 23 dicembre 2008

Tutti, solo per me


Discover Dean Martin!



Passeggio sui minuti di una giornata, l'ultima dei ventiquattro 22 dicembre che mi son già scivolati sotto ai piedi.

Il sole si è alzato tardi, quando io ero già in cammino... si è stiracchiato ben bene le zampe e poi ha tirato fuori la testa. Timido. Incuriosito, forse da quelle striature rosate sul suo cuscino.


Poi si è alzato e si è vestito tutto d'azzurro.
Io l'ho inseguito mentre, con i piedi immersi nell'acqua, faceva il solletico ai gabbiani. Ero lì, dietro al muretto, mentre lui si rinfrescava il viso, a mezzogiorno.


L'ho ritrovato stanco, mentre sbadigliava respiri caldi, per coccolare chi partiva e accogliere chi tornava.


L'ho visto sedersi, accoccolarsi teneramente sotto alla coperta scura della notte... gli ho cantato una ninnananna silenziosa, raccontandogli la storia dei miei piccoli orsacchiotti.

Sto tornando a casa solo ora.. dopo 10 lunghe ore di lavoro, nelle gambe sento il peso della stanchezza e negli occhi il riflesso di tutta quella luce. Ma oggi ho corso per 10 ore fingendo solo di fare cose importanti pur di non perderlo di vista...lui, il sole!
e mi ha portato il mare.

Ho le tasche piene, stracolme, di tutti quei secondi dipinti di sfumature, che sono scivolati giù da quel pallone luminoso e si sono infilati qui, nelle mie tasche, alla rinfusa, trovando un buco negli angolini più bui.

Torno a casa con le mani che si fanno spazio tra quei colori.. cerco di toccarli tutti, con la punta delle dita.. mi sfiora il pensiero di tirarli fuori tutti e soffiarli in aria, o buttarmi a testa in giù e farli cadere sull'asfalto..chissà, magari qualcuno potrebbe raccoglierli.. Oppure, pensa, ipotrei nfilarli nelle cassette della posta o sotto ai cancelli...
O..

Ma..no, dai... in fondo oggi li voglio tenere per me..
tutti, solo per me.
Sorrido

mercoledì 12 novembre 2008

Eureka!

E’ una storia lunga… è complicata… è fatta di ieri, e di oggi.
Ci vuole tempo, ci vuole voglia…

Ma al bivio si può scegliere:

La scorciatoia
Non mi piacciono i riassunti, ma ho spesso incontrato persone di fretta… sono quelle che, incontrandoti, ti chiedono “come va?” mentre pensano già a quanto pesi quella borsa, a cosa cucinare a pranzo, a quando potranno iscriversi al corso di nuoto… chi va di fretta ama leggere poche righe e rispondere con poche parole, per poi riprendere la corsa… ecco perché questo “Bignami dei miei pensieri”… che poi, non sono nemmeno i miei…

Occhio però, che a far le scorciatoie, si mette a dura prova il fiato!


I tornanti
Tutto è iniziato lunedì, tra i fumi nebbiosi di un tè bollente… no, anzi, molto prima! Tutto è iniziato con un incrocio e un incontro e un inceppo… non un giorno, non un’ora… ma in… dentro.

Lunedì son tornata a casa tra la nebbia, che già alle 5 del pomeriggio offuscava i passi. La strada è la strada di sempre: ne conosco ogni curva, ogni avvallamento… è come tornare a casa ad occhi chiusi, guidati solo dal ricordo. Sì, la strada la conosco… ma quella nebbia mi confondeva e mi inquietava… mi ricordava un orologio in cui s’infila dentro dell’acqua: il quadrante rimane immerso e le lancette si nascondono… o una bussola smagnetizzata, con il nord che gioca a mosca cieca e cambia e gira, ovunque tu scelga di andare…

Ho chiuso la porta, con uno scatto, ed ho nascosto la chiave per non far entrare quella nebbia dentro casa… mi sono rifugiata nella luce, limpida.

Mi sono fatta una tazza di tè bollente, pensavo fosse per scaldarmi le mani e toglier quel sapore di umidità allo stomaco… ma in realtà mi son ritrovata immersa in quel fumo caldo… a lui ho affidato gli occhi…
Cercavo la nebbia… quella che avevo nervosamente attraversato lungo la strada, quella che ho chiuso con un sospiro di sollievo dietro la porta, lasciandola fuori, fuori da me…

E poi incontro Amelie

Vado a tentoni nella stanza… incontro altre mani che cercano… non credo stiano cercando quello che cerco io, ora… ma poco cambia: siamo tutti ciechi alla ricerca della luce.
Intravedo un bagliore, mi avvicino piano… le mani si sfiorano appena… non credo di poter sfruttare quella luce fioca, basta appena per lui… ma bastano poche parole e in quell’incrocio di mani, mi resta un fiammifero…
lo accendo.

Intorno a me c’è un gran numero di cose, e persone: qualcuno se ne sta appoggiato al muro, in silenzio; qualcuno sta chiacchierando, con altri, lontano da me; qualcuno mi è di fianco e gioca a dare all’ombra, la forma di un alce e di un serpente…
qualcuno se n’è andato: è ad un passo da me, ma la testa guarda altrove, si avvicina ad una porta… forse entrerà e la chiuderà alle spalle… forse potrei seguirlo… è quel che faccio, in effetti.
Mi avvicino, da dietro sorrido, ma non c’è spazio per me, ora. Tutto quello che lo riguarda viene racchiuso nella luce del fiammifero… tutto il resto è fuori, buio, invisibile. Io me ne sto a pochi passi da quella luce e vedo che dentro c’è già parecchia gente… faccio un passo indietro, faccio un cenno con la testa, saluto… ma nel buio non si sente, né si vede…

Mi siedo in silenzio e continuo a guardarmi intorno… il fiammifero si consuma, poco alla volta… e con lui, anche un po’ della mia tristezza… forse finora avevo parlato con le sue ombre sul muro, o forse mi sono fatta ingannare: nel mio immenso gesticolare, non mi sono accorta che quelle ombre, sono le mie… non c’era nessuno: forse stavo parlando con me, con l’ombra di me.
Me ne resto lì un po’, poi mi alzo e torno sui miei passi…

Mi viene in mente una cosa…
Quell’incrocio, quell’incontro, quell’inceppo…
Quel bagliore mi illumina anche la mente… e penso che le parole sono strane, sono strade di altre strade, sono fiumi dentro a mari… impossibile cadere in strade a senso unico: anche quando pensi di aver capito, anche quando dentro di te sai che in vuol dire dentro e solo dentro, vedi un bivio in fondo alla strada…
Come può essere che voglia dire dentro, ma anche senza? Come può essere tutto ed il contrario di tutto? Quindi può essere che io sia dentro, ma mi senta fuori?
In…


Con quel mozzicone di luce che mi resta, mi avvicino al libro e leggo:

Eppure, a volte basta poco per rendersi conto anche del resto..
Tagore, il grande poeta bengalese, lo dice con una semplice similitudine. Una sera è a bordo di una casa galleggiante sul Gange e al lume di candela legge un saggio di Benedetto Croce. Il vento fa spegnere la fiamma e improvvisamente la stanza è invasa dalla luce della luna. E Tagore scrive:

La bellezza era tutta attorno a me,
Ma il lume di una candela ci separava.
Quella piccola luce impediva
Alla bella, grande luce della luna di raggiungermi.


Penso che quel fiammifero ora non mi serve più: mi stavo confondendo tra la sua luce e le sue ombre. Lo spengo e mi faccio guidare dalla luce che mi viene da dentro, la mia.


Non mi piace l'inverno, ma mi piace vedere le foglie nascere, arrossire e salutare. Mi piace sentire il vento cambiare, entrare nelle ossa e inumidirle e raffreddarle e poi bagnarle di sole..
mi piace arrivare e trovare la nebbia, dopo tanto sole. Mi piace intrufolarmi nelle calli senza vedere bene chi mi sta attorno..

però questa nebbia, che arriva d'improvviso, mi offusca i pensieri… mi nasconde i punti alla fine delle frasi e non riesco più a riconoscere i punti esclamativi da quelli interrogativi… tutto si perde un po'…

ma è bello anche per questo! perché si può dondolare sulle parole, si può ipotizzare dove si arriverà o inventare una fine diversa… prima che arrivino sole e neve ad illuminare o ghiacciare.


Riprendo in mano il mio libro, dal punto alla lettera maiuscola… riprendo la mia strada:


La nostra vita quotidiana è piena di piccole luci che ci impediscono di vederne una più grande. Il campo della nostra mente si è ristretto in maniera impressionante. Così come si è ristretta la nostra libertà. Quello che facciamo è soprattutto reagire. Reagiamo a quello che ci capita, reagiamo a quello che leggiamo, che vediamo alla TV, a quello che ci viene detto. Reagiamo secondo modelli culturali e sociali prestabiliti. E sempre di più reagiamo automaticamente. Non abbiamo il tempo di fare altro. C'è una strada già tracciata. Procediamo per quella.
Nell'ashram non era così. Si aveva il tempo di vivere con attenzione ogni momento. Ci si esercitava ad agire, non a reagire; a tenere all'erta la mente, a essere consapevoli di ogni gesto. Delle zanzare mi ronzavano attorno agli orecchi? Facile reagire distrattamente, sovrappensiero, con una manata. Mi costringevo invece a non ucciderle. E mi piaceva.
Sì, l'ashram era, per tanti versi, uno strano posto. Strano certo per me che, abituato da una vita a stare in mezzo alla gente e a scorrazzare per il mondo per raccontarne le storie…

Altri invece sono convinti che noi, solo noi, siamo responsabili di quel che ci succede, perché “fortuna” e “sfortuna” sono il frutto delle nostre azioni in questa o nelle nostre vite precedenti.

Oggi
Ora

Oggi, ora, la felicità è questo caffè, è guardarci dentro ed accorgermi che nei riflessi c’è nascosto uno di quei cosi che volano in aria, a cui ci stanno appesi i coraggiosi, che si fanno trasportare dal vento.


Scelgo di non finirlo tutto, perché l’ultimo goccio non mi va… lo metto da parte e lo berrò dopo.
Scelgo di tornare giù a correggere sfumature di una traduzione

Scelgo di andare a trovare Marta per vedere quel meraviglioso frugoletto che ha iniziato a respirare l’aria del mondo… si starà guardando in giro e sarà felice solo di vedere gli occhi della mamma e le mani del papà… non credo si dispiacerà che le borse stiano andando male, né che i treni sono in ritardo per via dello sciopero…
Scelgo di mandare un pensiero… a quella che sta ancora col naso chiuso, a quello che sta studiando e probabilmente mi sta pure pensando... a quella che probabilmente di me ha visto solo l’ombra e pensa che sia tutto lì… ora è impegnata a guardare il cerchio di luce del suo fiammifero e non mi sente… ma io ci sono. A quello che non è convinto, ma in fondo pensa che un giorno lo vedrà tutto, il buono; a quello che pensa che salvando gli altri salverà se stesso… forse non è vero, ma almeno non se ne sta a filosofeggiare. A quella che sente al di là delle parole e a quella che sta aspettando che arrivi un segnale… spero solo che non ci siano interferenze!

Io sono qui, e sono ora.
Sono nell’eterna contraddizione di ciò che scelgo di. Ma ci sono.


ps
i pensieri in arancione sono pensieri sparsi dal mio taccuino, di questi giorni
quelli in grigio, da "Un altro giro di giostra" di Tiziano Terzani

venerdì 7 novembre 2008

E' una fotografia



"MLK" - U2


Discover U2!




E’ una fotografia.



E’ stanco e ha negli occhi la fatica di chi ogni giorno vede l’alba diventare tramonto, e poi notte. In una mano tiene stretta una speranza: ha la forma di un libro con le immagini di segnali stradali e strade tortuose; con l’altra tiene stretta una maniglia che ora mi pare assomigli più ad un gancio in mezzo al vuoto, una tana di cemento nella bufera.

I suoi occhi scuri s’annebbiano un poco, diventano lucidi… s’abbassano.



Un click. Ci vedo dentro della terra sporca e una barca bucata dai sogni feriti; ci vedo dentro quel momento in cui, nel mezzo di una salita cruda, ti assale la paura e dagli occhi se ne esce tutta quella forza su cui prima contavi, lavata dalle lacrime… è quel momento in cui ti chiedi. Solo ti chiedi.

Ci vedo dentro vergogna… forse la mia.

Poi la mano si stringe a quella sua speranza… un ultimo appiglio, un altro tentativo… quasi a spremere quel cartone per prendersi l’ultimo goccio rimasto, nascosto tra le pieghe.



Io prima avevo le gambe pesanti e la testa gonfia di tanta voglia di tornare a casa; io avevo difeso questo posto… avevo chiuso la porta e le finestre intorno a me e avevo lasciato aperto solo il riflesso del finestrino che mi sta accanto. Prima.

Ora quel finestrino si è spalancato e la mia tana, spezzata.



Siediti…

Un click, che accompagna l’abbraccio di poche parole. Abbasso lo sguardo, vorrei sorridere ma mi sento fragile, sul ciglio della strada… qualsiasi gesto potrebbe scaraventarmi a terra, qualsiasi folata di vento potrebbe togliermi quella maschera di pietra che indosso e scoprire le mie emozioni, togliere la coperta e lasciarmi i piedi nudi.



Il sonno si prende i respiri che avanzano a quelli che son seduti comodi.



Lui s’infila il libro nella giacca e appoggia la testa al finestrino, si arrende a quel riflesso.

Mi sembra di scorgerci una lacrima… ma non so se sia la mia, o la sua.







martedì 4 novembre 2008

Taking a walk


Discover Lou Reed!

Pioviggina. E io ho pure messo le scarpe con la stoffa!… eppure l’avevano detto in tv! eppure a me piaccono tanto! …chissenefrega.
Il cielo è uno spettacolo stamattina: argentato, immobile.

All’uscita dalla stazione tutti s’affrettano ad aprire l’ombrello: in pochi istanti decine di airbag colorati scoppiano in aria. Mentre io m’infilo a testa bassa sotto alla pioggia gustandomi quei fuochi d’artificio, incontro il suo sguardo: siamo gli unici due con il cappuccio della felpa infilato sulla testa e le mani in tasca. Ci siamo sorrisi.
Ci siamo capiti al volo.
O almeno, questo è quel che ho pensato io! Chissà, magari sorrideva all’idea di aver dato una fine assurda ad una barzelletta sentita tra le chiacchiere… o magari si era appena accorto di aver messo due calzini di colore diverso… o forse era semplicemente divertito dal mio cappuccio a punta. Chissà…

Mi piace camminare sotto alla pioggia! soprattutto quando piove appena e le gocce si appoggiano sulle ciglia o sulla punta del naso; mi piace vederle cadere per terra a disegnare costellazioni.
La gente quando piove va via in fretta. Non che di solito sia diverso, ma quando piove tutti sono presi da una certa frenesia… è come se ogni goccia fosse il ticchettio dell’orologio, è come se avessero la sensazione di essere in ritardo, come se il tempo battesse sul loro ombrello a ricordare che sta scivolando via veloce… chissà!
A me invece piace rallentare… adoro tenere le mani in tasca e guardare gli schizzi che spruzzano dalla punta delle scarpe.



Finisco il mio lavoro prima del previsto e, strano ma vero, sarei in perfetto orario per tornare alla stazione e prendere il treno verso casa… ma adesso ho voglia di una passeggiata.
Guarda te, certe volte…! E’ strano come quando si ha fretta, il tempo giochi sempre brutti scherzi: regolarmente ti accorgi di avere appena perso l’ultimo treno utile, ti rassegni all’idea di dover aspettare un’ora per la coincidenza e ti vedi tutti i tuoi bei progetti scombinati sopra al tavolo… carte arruffate da uno spiffero alla finestra!
Invece quando si rallenta senza farsi prendere da quel folletto dispettoso chiamato agenda, si ha sempre tempo di scegliere cosa fare e come farlo… e perché! Incredibile.
Io cerco sempre di riservarmi del tempo per scegliere. In fondo le cose urgenti non sono mai così urgenti… in fondo posso studiare mezz’ora in più la sera… in fondo adesso sarei comunque poco concentrata…
Se fossi una persona razionale, direi che sono solo trappole della mente… ma adesso poco m’importa, ormai mi ritrovo già dispersa per le calli senza una precisa destinazione. Stamattina posso scegliere e faccio scegliere ai piedi!



Mi ritrovo in una calle senza uscita, una di quelle che mi piace tanto, una di quelle che sbuca sull’acqua! Si sa, servono per permettere alle barche di scaricare le loro merci, ma a me piace immaginarle come porti per i pensieri: li aiutano ad immergersi lentamente… quegli scalini li fanno trotterellare giù, a passi incerti come di un bimbo, fino a sparire nel profondo.

C’è una panchina… perfetto! adoro le panchine! Infilo un giornale tra le pieghe e mi metto comoda a sbirciare intorno e…
ritrovo quel sorriso. E’ seduto sulla panchina di fronte, impegnato a disegnare qualcosa su un cartoncino colorato.
Entrambi abbiamo ancora la testa accovacciata dentro al cappuccio.
Penso che nemmeno se ci fossimo messi d’accordo avremmo potuto trovarci in quel buco di mondo… io, ora che ci penso bene, non so nemmeno dove sono finita esattamente… forse nemmeno lui!
Sarei tentata di aprire il libro, ma stamattina non voglio ascoltare altre storie…voglio stare seduta qui a guardare l’acqua che rimbalza davanti ai miei piedi e canta la sua litania, eterna.


Con le orecchie ancora in bilico sulle onde, torno verso casa… lui sembra essere dondolato dai suoi pensieri, non voglio disturbarlo… così mi alzo e sorrido… sono di spalle, non mi potrà vedere, ma so che capirà… ci capiremo al volo! Sorrideremo entrambi… forse a due cose diverse, forse ai suoi calzini spaiati… ma sorrideremo! ed è quello che conta, no?

foto: Venezia

giovedì 30 ottobre 2008

Scivolando


Discover Eva Cassidy!



I piedi scivolano sulla strada ancora bagnata lasciando orme che ancora suonano questa deliziosa ballata folk di Eva Cassidy.
Non sono più abituata a tutte queste macchine.. mi disturbano e mi distraggono. Venezia suona di passi.. di quelli degli altri che si mescolano ai miei, fino a confonderli.. qui invece non riesco a distinguere i suoni.. sono tutti rumori slegati

Mi rifugio in un bar per un caffè o forse per fuggire la frenesia degli altri.
E' strano come, davanti ad un vetro, uno si ritrovi a guardarne il riflesso che dà dietro alle spalle: la guardo mentre prepara i caffé macchiati in tazza grande e serve brioches calde alla crema cotta.
Chissà perché, con la strada che scorre davanti a me, io sbircio quello che accade dove gli occhi non arrivano.. a disegnare il contorno di ombre sfumate appoggiate al bancone.


Decido di fare il giro per il centro, dove le auto sono poche e si riesce ancora a sentire quell'accarezzarsi ruvido delle giacche con le ventiquattro ore in pelle.
Mi ritrovo seduta accanto al fiume.. sembra che ormai mi senta a casa solo qui: cerco acqua che scorra sotto ai piedi e che si porti via la voce roca di Tom Waits.

Mi dimentico dell'orologio.. alle 9 mi aspettano là! ..ma mancano ancora cinque minuti.
Devo sistemarmi i capelli e ordinare i pensieri.. si fa così agli appuntamenti, credo.
I capelli devono essere sempre ordinati, ripeteva continuamente mia nonna... i miei invece sono sempre strampalati e sfuggono a quel bastoncino di legno che spunta da dietro.. mi piace pensare che lui sia lì per catturare tutto quello che si avvicina ai pensieri e per qualche motivo non arriva a contatto con la pelle.. se ne sta a qualche centimetro di distanza, inconsapevole che quel bastoncino è lì solo per infilzarlo e portarlo giù, insieme agli altri.. vagabondi in terra straniera.

Devo aver catturato un pensiero che non mi appartiene perché continuo a guardarmi i pantaloni pensando che avrei potuto mettere gli altri.. che non è bello presentarsi con i jeans strappati sotto..
quel bastoncino ha catturato il pensiero sbagliato.. qui le mani si accocolano dentro alle tasche proprio come piace a me!

Penso che questi cinque minuti non passano mai.. a volte il tempo sembra impigliarsi come un dito nella ragnatela.. se ne stacca, sì.. ma ti restano i fili tutti attorno.. fili invisibili. Questi cinque minuti sono lì, preda facile.
Penso che vorrei che oggi fosse domani.. o forse che domani fosse oggi..
mi ritrovo anch'io impigliata tra i fili del tempo e mi sembra che, ora, i miei passi siano più leggeri.. non vedo più i contorni bagnati, non sento l'umidità né quel fruscio sotto ai piedi..

Suono il campanello e mi ritrovo già su..

Ho dimenticato di sistemare i capelli! ..ma non credo che a mia nonna, in fondo, dispiacerà!


(grazie a Radha per lo spunto del suo "passo a due" e delle foto ai piedi in movimento! ..ora ne ho pieno il computer!ah!pensa ti!)

martedì 21 ottobre 2008

Magic Moments

"Magic Moments" - Neil Sedaka


Discover Perry Como!









Avrà avuto ventotto anni, o poco più. E' solo che quel sorriso che aveva sempre stampato in viso e quel suo modo un po' impacciato di salutare, lo facevano sembrare appena un ragazzino.

In paese lo conoscevano tutti, ma in pochi erano riusciti ad attraversare quei suoi occhioni neri... molti si erano persi ed erano naufragati in quel mare scuro e profondo. Forse è perché tutti sono abituati a dover cavalcare onde su onde e rinforzare le vele nella tempesta.. che poi, nel bel mezzo del mare calmo, ci si perde... non si è abituati alle cose semplici! Perché siamo pieni di strumenti e marchingegni per andare controvento, per andar più veloci, per superare la nebbia.. ma quando, nel mare calmo, tutti questi non ci servono più, allora prevale la paura.. per la prima volta non ci sono scuse.. acqua nell’orologio o compassi difettati.. solo noi, a giocare..

Ma la maggior parte delle volte, ci siamo dimenticati come si fa!



Ai bambini però lui piaceva! Perché ogni volta che incontrava qualcuno di loro, tirava fuori dalla tasca uno o due foglietti di carta colorata e in pochi minuti li trasformava in un airone o in un lombrico saltellante.. in un elicottero col cappello o in una rosa senza spine! Una volta ha dato forma perfino ad una nuvola.. dicono che quasi quasi si sentisse anche il vento, a toccarla!

Questa della carta, era la sua più grande passione: fin da quando andava a scuola, nell'ora di disegno, passava tra i banchi a raccogliere i ritagli che lasciavano gli altri; se li metteva tutti in tasca e poi, a ricreazione, da quelle tasche uscivano i fiori più profumati, i bambini più vari, gli animali più diversi.

Pensavano tutti che fossero delle tasche magiche... solo con l’andar del tempo scoprirono che, di magico, lui aveva le mani!

Ma d'altronde è sempre così: la magia sembra essere nascosta nella piega di quello che, per uno strano caso, indossiamo.. e invece pochi sanno che lei si rotola dentro le mani e i piedi di tutti. Qualcuno passa così tanto tempo a cercare, che a forza di rimestare e rovesciare come si fa in uno scatolone, la fa scivolare in fondo, giù fino alla pianta dei piedi.. troppo distante per essere riacciuffata.

Qualche altro invece pensa di averne talmente tanta da poterla buttare.. ormai a quella magia si è abituato, così inizia a dimenticarsene.

Altri la trovano ogni tanto.. mentre son seduti aspettando il treno, mentre passa una macchina gialla, mentre stanno per bruciare l’arrosto o pulendo il bagno.. mentre sentono una foglia cadere o mentre giocano con un foglietto di carta da buttare, per ammazzare il tempo.. la prende semplicemente quando arriva, ci gioca e ci costruisce un momento a forma di girandola o di spazzolino.. è un momento, che diventa magico.



Posted by Picasa

venerdì 3 ottobre 2008

Seduti in un bar


Discover Emmylou Harris!




Chissà cosa passa per la testa ad uno che vuole aprire un bar..
Io lo aprirei per chiuderlo la sera!
Chiudere la porta è far entrare tutte le vite che si sono appoggiate ai tavolini.. portar dentro le sedie su cui si sono incrociate voci diverse, sgabelli che son state spostati qua e là, come in un giro di giostra.
E poi riaprire al mattino... per far uscire tutte quelle briciole di storie, nascoste sotto il tappeto e lasciarle passeggiare per la strada... per potersi aggrappare alle suole degli altri e farsi portare in giro.

Alle due di notte fai il tuo ultimo brindisi con quei frammenti di vita, di ciò che sono stati anche solo per qualche minuto o magari per qualche ora.
Appoggiarsi al bancone e guardarsi intorno, con una birra fredda tra le mani.. il silenzio ti fa rivivere quelle vite e le mescola; ti passano davanti agli occhi le facce...
Lo sguardo dei due che escono insieme per la prima volta: lui che passa nervosamente le dita attorno al sottobicchiere, quasi a volerne fare un solco eterno, sul tavolino; lei che ogni tanto accarezza il legno con i capelli, per portarsene via il profumo, sentirselo addosso.

Risenti le risate fragorose del gruppo di amici dopo la partita di calcetto del mercoledì sera... con le gambe ammaccate che se ne stanno appese al poggiapiedi, con i loro cin-cin sbucciati... con la politica che si ubriaca nella birra e le chiacchiere che se ne vanno con il fumo di sigaretta.

Nell'angolo in fondo, poi, quella sera c'erano due ragazze. Non lo vuole mai nessuno quel tavolino.. invece loro l'hanno cercato e se ne sono state lì, fino alla chiusura. Forse perché lì ci si ripara meglio dalla luce e dalle sue zanzare, si sta giusto ad un passo dalle ombre degli altri.
Quando ci appoggi la mano per raccogliere la tazza e il bicchiere caldo, ormai secco, ti ci ritrovi attaccato..
impigliato nei loro discorsi.
Ecco perché se ne sono state così, sul ciglio della strada! Forse volevano liberarsi la testa dalle parole e le hanno appiccicate tutte qui, sul legno.. gocce di sogni e briciole di ricordi...

Potresti seguire le loro storie passandoci un dito sopra, come quando studi una camminata tra le montagne con una cartina tra le mani.

Ma quelle storie non ti appartengono
sono paesaggi mozzafiato o dirupi profondi.. ma senza la fatica della strada percorsa, non ti dicono niente!

Non ti appartengono e sono belle per questo
perché tu, con un colpo di spugna, puoi cancellarle!

chissà, forse è l'unico modo per liberarle davvero, spianar loro la strada.. magari è proprio quello che cercavano, tra le ombre
chissà, forse adesso potranno chiudere gli occhi e addormentarsi più tranquille..





sabato 27 settembre 2008

Collezionava attimi


Aveva iniziato facendo il postino: a 14 anni, durante l'estate, andava a distribuire la posta in un paesino disperso tra le montagne... era proprio sulla cima di un colle... un centinaio di case appese a testa in giù.
Alle 9 di ogni sabato mattina, da giugno a settembre, inforcava la sua bici ed arrivava fino in cima, con uno zaino pieno di saluti lontani, notizie già vecchie e bollette scadute. Nei giornali ci si consolava con pettinature fuori moda e discorsi scontati.
Nel giro di mezza giornata, riusciva a restituire un profumo a quelle lettere ingiallite; ridava loro un senso... e una casa.

Gli anni volteggiavano via veloci a ritmo di polka, ma ad ogni nuovo passo qualcuno, forse stanco di ballare, si sedeva e abbandonava la pista. Gli capitava sempre più spesso di suonare campanelli ormai muti, bussava a porte addormentate e si affacciava su case silenziose, senza più nulla da raccontare.
Anno dopo anno, gli abitanti di quel bel paesino attaccato alle nuvole, se ne andavano come petali di fiori stanchi su terra arida... e lui si ritrovava tra le mani quei ricordi vagabondi.
All'ufficio postale, in città, gli ripetevano che non interessavano più a nessuno, a loro men che meno! Ma buttare quelle lettere significava farle morire, consegnarle alla mano triste dell'oblio.

Fu così che un giorno pensò di riportarsele a casa.
All'inizio le conservava in vecchie scatole da scarpe... pensava che almeno così si sarebbero fatte compagnia a vicenda, i ricordi nelle scatole e le scatole nei ricordi.
Nelle sere d'inverno, quando faceva troppo freddo per curiosare fuori dalla porta, gli capitava di tirarle fuori e sbirciarci dentro. Erano le cartoline che gli piacevano di più, perché nascondevano l'attimo in cui migliaia di chilometri non bastavano ad allontanare due persone.

Cominciò ad affezionarsi a quegli attimi vissuti e trasformati poi in parole; così, poco alla volta, iniziò a dar loro una nuova casa.
Lui, che il suo sogno era di girare il mondo, ora si ritrovava il mondo che gli girava intorno. Sul frigo aveva attaccato una cartolina di té e zenzero che profumava ancora di Estremo Oriente. Accanto al letto aveva appoggiato il mare calmo tailandese su cui una piroga si faceva cullare dalla luna. Accanto, i fiordi del mare di Barents si risvegliavano alla luce fredda dell'alba.
Un viso nero di pece gli sorrideva ogni mattina, accanto allo specchio; e ragazzini indiani spruzzavano acqua dalle loro anfore per risvegliarlo dal sonno.
Accanto alla finestra della cucina, i tamburi africani chiamavano alla festa anche le facce sofferenti dei ballerini di flamenco che, ad ogni battito di mani, schiacciavano il dolore e facevano nascere la passione. Un gregge di pecore bloccava la strada tra la cucina ed il salotto e si intravedeva appena un vecchio pescatore sorridere alla sua birra di fine giornata.

Collezionava attimi.
Non collezionava semplici immagini dal mondo, ma attimi. Quell'attimo in cui qualcuno, in chissà quale posto del mondo, passeggiando distratto era stato catturato da quella fotografia e aveva deciso per chissà quale motivo, di regalarla a chissà chi, sospeso a testa in giù in quel paesino di montagna.
Non era importante tanto quello che aveva deciso di scrivere (che probabilmente sarebbe stata solo la maschera del pensiero)... Lui si incuriosiva dell'istante in cui quell'emigrante se n'era innamorato, dell'attimo in cui aveva pensato di far fare il giro del mondo a quella scimmia dolcemente abbracciata ad un cane, per farla arrivare proprio lì, sullo specchio di taglio marocchino.

Collezionava attimi. Quegli attimi in cui un'immagine prende la forma di un abbraccio, un sorriso timido, un fiore sconosciuto incastrato tra le rocce... era un modo per accorciare le distanze. Un momento, in mezzo a mille, per mandare un messaggio... per sentirsi più vicini... orme della stessa strada.

domenica 21 settembre 2008

Come un regalo che ti ritrovi una mattina qualunque, sopra al tavolo


Non so a che ora esca al mattino... so che alle 7 e mezza, quando io apro il balcone, è già lì seduta sulla sedia verde accanto alla porta.
Il rumore del chiavistello la distrae, sempre. In un istante gira lo sguardo verso di me e mi sorride con un'espressione che mi toglie per un attimo il fiato, tutte le mattine. E' come se mi sentissi in colpa... come se il mio sorriso non riuscisse in realtà a restituirle la stessa serenità che lei dona a me alle 7 e mezza di ogni giorno.
Mi sento quasi in imbarazzo... alcune volte ho cercato di far meno rumore: ho accarezzato il chiavistello pregandogli di non grattare, di non aver tutta quella fretta di vedere il sole...
altre volte non ho nemmeno aperto.. ma poi manca qualcosa! Il pane mi si incastra tra i denti o il caffé ha troppo poco zucchero.
E' come se quel sorriso mi regalasse un pezzetto di felicità... la scorta per la mia giornata, quando la mia si diverte a giocare a mosca cieca... un panino che tengo con cura e sgranocchio con parsimonia.

Sta sempre seduta su quella sedia, mentre lui, dal terrazzo, si guarda intorno, con la tazza in mano. Sono lontani, forse cinque o sei metri, ma sembra che si parlino in silenzio... come due bicchieri di vino sul tavolo, uno rosso e uno bianco... uno accanto all'altro... si annusano e si ascoltano... si capiscono.
Lei laggiù con gli occhi un po' socchiusi e la mano che trema appena, quasi percepisse ogni soffio d'aria: il mio balcone che si apre, la vicina che toglie la polvere dal vialetto, il papà di Sara che chiude il cancello e sale in macchina. Ogni movimento... lei sente ogni movimento! Tutti dicono sia per l'età, ma io credo che sia per questo... sente qualcosa in più: è la mano che gioca con i movimenti degli altri!

Lui lassù. Di solito guarda in giro, quasi ad osservare come si risveglia la gente.
Mi sono sempre chiesta cosa facciano gli altri appena aprono gli occhi. Si svegliano, si alzano, una bagnata al viso sotto l'acqua fredda, i vestiti addosso, una sistemata ai capelli e poi aprono... quasi a dire "Ok, ora sono davvero pronto anch'io". Magari qualcuno aprirà e si metterà già a sbattere il cuscino, a riassettare la camera e a sistemare quel che nella notte i sogni hanno spostato di posto...
Chissà se qualcuno fa come me: apre gli occhi e sente il bisogno della luce... arriva a tentoni verso il balcone ed apre... poi, beh! poi si torna a letto altri 2 minuti! Non serve molto, giusto il tempo di far entrare la luce e farsi abbagliare, farsi trovare impreparati...
Chissà come fa la gente.
Magari lui lo sa...
O forse non gli interessa... gira distratto gli occhi, ma non guarda; ascolta.

Quando piove, poi, lui ha sempre le scarpe ai piedi... curioso! E' al coperto! Eppure infila le scarpe e guarda lei, laggiù; si sporge in avanti, quasi a volerla rassicurare, o a volerle tendere l'ombrello, per ripararle i pensieri dalla pioggia...


Stamattina ho ricevuto un regalo. Lei mi ha sorriso e mi ha fatto un cenno con la mano... ho capito che voleva che la raggiungessi! Il cuore mi è rimbalzato fino alle orecchie, le ho sentite sussultare... in un attimo ero già fuori, con i pensieri che nella testa parlavano tra loro, talmente forte che nemmeno riuscivo a sentirli!
Dal balcone lui mi ha sorriso... ha appoggiato la tazza sul tavolino ed ha allungato le mani alla ringhiera. Non so se sapesse già tutto... ma io penso di sì! Credo fosse il suo modo per dire: "Eccomi, ora ci sono anch'io lì!"

Stamattina ho ricevuto un regalo, di quelli belli... quelli che ti ritrovi una mattina qualunque, sopra al tavolo... come una di quelle penne che mi portava sempre a casa mio papà... come quella persona che sbuca dopo anni e ti suona il campanello, con il sorriso sgargiante e una vita da raccontare... come uno di quei bimbi che ti voleva raccontare un segreto segretissimo e poi, in realtà, voleva solo darti un bacino... come un biglietto con un messaggio di un'amica, lasciato dentro alla cassetta della posta, mentre passava davanti casa... come quando lui mi stringe la mano sulla schiena e mi ferma tutti i pensieri, in un istante...

Domani ho deciso che mi alzo prima e vado a metterle un fiorellino sulla sedia... una margherita, credo! O forse sarebbe meglio una violetta?!
Credo che domani mattina uscirò per la porta, ancora con gli occhi socchiusi e la mente addormentata... e raccoglierò il primo fiore che mi catturerà lo sguardo!... come un regalo che ti ritrovi una mattina qualunque, sopra al tavolo...

musica: "E' per te" - L'Aura

Discover L'Aura!

venerdì 5 settembre 2008

In un treno di pensieri

Lo sguardo fisso su quell’articolo di giornale. Uno sguardo accorto, quasi rubato.
La gamba intanto picchietta sul tavolino, forse qualche pensiero di troppo che rotola dentro… forse quei pensieri si son proprio bloccati tra il piede ed il ginocchio. Su e giù Su e giù senza via di scampo.
Poi un attimo di tregua: la mano s’infila nella borsa e afferra un libro… i pensieri si fermano. Immobili.
La storia di quella pietra scomparsa inizia ad incuriosire perfino loro: in un attimo il piede si ferma, quasi ad ascoltare. Ma forse qualche indizio arruffato, qualche traccia sbiadita, qualche parole non chiara, li risveglia; abbandonano la gamba e sono già lì, tra il pollice e l’indice, tamburellando sulle avventure di quell’americano, sviando le ricerche dell’investigatore. Gli occhi si bloccano in quel fermo-immagine, sulla mappa appena scoperta davanti all’accademia… e intanto i pensieri continuano il loro tip-tap tra le pagine. Su e Giù Su e Giù Su e Giù Su e Giù
Perfino lui, quest’uomo brizzolato, sulla sessantina forse… perfino lui ci rinuncia: un ultimo sguardo alla faccia dell’investigatore… un sorriso compiaciuto quasi ad assicurargli un pronto ritorno, e poi una fuga veloce: con uno scatto inaspettato tutto finisce dentro la borsa. Forse domani sarà il momento giusto per tornare alla ricerca di quella pietra, forse più tardi sarà tutto più tranquillo… o forse stasera, prima di dormire.

Inutile combattere, i pensieri c’hanno il loro bel daffare… ed ora, nuovamente liberi nella loro corsa, decidono di tornare giù, dal ginocchio al piede, dal piede al ginocchio: Su e Giù Su e Giù Su e Giù Su e Giù. D’altronde… forse è meglio lasciarli andare, lasciarli sfogare!
Gli occhi s’arrendono, si siedono, si stendono… fino a chiudersi. E poi anche le mani… rilassate, quasi a proteggere quel tesoro dentro la borsa di pelle. Poco alla volta tutto diventa più tenue… Su e Giù Su e Giù S u e G i ù S u e G i ù S u e G i ù
Ormai nessuno se li fila più, quei pensieri: tanto vale rinunciare, avran pensato! tornare più tardi, o stasera, o domani… tanto vale riposare e riprender fiato, dopo una così lunga corsa.
Immobili, di nuovo.

Chissà, magari si sono addormentati. Oppure han trovato un cunicolo, un invisibile buco nel calzino, una fessura nella scarpa… e se ne sono andati…
Un sorriso timido si fa spazio nella calma generale… la mano accarezza la borsa… nel frattempo sarà riuscito l’americano a decifrare quella mappa? Tutto adesso qui, sembrava più tranquillo… loro se n’erano andati, chissà dove, chissà da chi… meglio approfittarne! l’avventuriero era lì, pronto per ripartire.

giovedì 31 luglio 2008

Variazione sul tema "Intercity Night 234 Roma-Vienna"


Dal riflesso sul finestrino, l'espressione appare contratta. Con gli occhi, suona una musica in Forte... una melodia che fatica ad armonizzare con quella della figlia, che le siede a fianco.. lei è arrabbiata, lontana..
Il bimbo invece saltella, si attacca al finestrino. Curioso, sorride.. suona una melodia dolce in Allegretto.. qualche pausa qua e là. Poi musica, di violini ed ottavino.

Ad un certo punto una botta, la testa dolorante.
Pausa.


Il pianto rompe il silenzio, gli occhi smettono di suonare e si rivolgono, dolci, a lui. Un mano sulla testa, un bacio.. una carezza, un sorriso. Lei se ne va, con il figlio in braccio.
La ragazza rimane rannicchiata sul sedile: l’accento si perde, il ritmo si fa più debole. Gli occhi ora sono socchiusi: lei abbassa la testa, l'espressione diventa meno severa.. la dolcezza colora lo sguardo.


Pausa.


Lei torna.. ora il bimbo dorme. Uno sguardo alla figlia. Poi si siede.

Dal riflesso sul finestrino, l'espressione del viso è ancora contratta. In una mano, un libro; appoggiata sul braccio, la testa del piccolo. Sul sedile a fianco, lei è di nuovo sveglia, lo sguardo è tornato torvo.
Forse una vecchia discussione, forse irrisolte incomprensioni, forse la rabbia della giovinezza.. il ritmo torna veloce e qualche trillo risuona in Allegro con fuoco.

Dal riflesso sul finestrino, un soffio di amarezza.. immagini di melodie stonate e troppo complicate.. parole troppo forti, accompagnate da emozioni più profonde. Una storia che ha visto strade lunghe e faticose, curve troppo strette e discese troppo ripide.


Pausa
La notte che scorre sui binari, gli occhi che si posano sul finestrino.. il sonno di qualcuno e le risate di altri.. il tempo che scappa via dallo sguardo, lontano tra i ricordi..
La notte.. la sua musica che si addolcisce.. il Forte si fa Mezzopiano, l’Allegro diventa Moderato.. poi Andante. Un sax accompagna la tenerezza degli occhi..

Dal riflesso sul finestrino, ad un certo punto, un sorriso. Un Quattro Mani di pianoforte prende forma. Il braccio si avvicina alla mano della ragazza. Lo sguardo si fa semplice e puro; poi una parola, a bassa voce.

Dal riflesso sul finestrino, vengono proiettate immagini di anime legate insieme.. un pacchetto di arachidi unisce i sorrisi, incrocia le mani.
Ora solo note di sottofondo.. suonate in un Larghetto con grazia, sussurrate appena. Flauto e sax, un quattro mani di pianoforte, qualche inserimento di violino e clarinetto..

Un sorriso.


Libero il mio sguardo.. lo faccio correre lontano, tra le luci della notte. Tra i riflessi sul finestrino, mi vedo sopraffatta dalla tenerezza di una storia rubata.. ma così delicata. Mi sento intrappolata in una musica che non mi appartiene.. ma che mi fa respirare forte, mi riempie il cuore.

Lascio andare i miei pensieri..

Dal riflesso sul finestrino, vedo lui, chino sul giornale.. sento la stanchezza.. sento l'amore e le cose non dette. Un'altra melodia suona tra i riflessi del vetro.
Un sorriso.
Un bacio.

Cambia la tonalità, cambia il ritmo. Il tempo si fa semplice e il movimento melodico.. ma la musica continua a suonare, la stessa. Un contrappunto. Quasi una famiglia di note. Un’armonia delicata.


La chiamo Variazione sul tema "Intercity Night 234 Roma-Vienna".. nella mia testa sento ancora la musica!

foto e pensieri: registrati durante il viaggio di ritorno in treno, nella notte tra il 28-29 luglio 2008